Ricordando Caterina

Questo modesto sito web nasce con un semplice intento: ricordare la memoria di Caterina. Si tratta di un piccolo spazio che vuole essere un regalo alla sua memoria. Uno spazio semplice, adeguato a una persona che in vita ebbe un cuore grande, facendo del bene ai veri bisognosi.

lunedì, luglio 20, 2009

Una mattina di primavera.

La vita cambia un mercoledì di ottobre, scolorito dalla pioggia, in mezzo al traffico impazzito della città. Una telefonata inaspettata, insopportabile, non voluta, che stordisce e ottenebra per la violenza dell’annuncio e che costringe a malincuore a ritornare a casa appena dopo esserne uscito per andare al lavoro. Incredulità, sgomento, confusione, malessere sono le prime sensazioni che ho provato dopo aver messo giù la cornetta del telefono che mi annunciava il luttuoso evento. La mamma non c’è più. Strano modo questo di prendere atto della “dipartita” di una madre. Non si prova dolore ma smarrimento. Non avevo mai pensato prima d’ora all’eventualità che mamma potesse lasciarmi per sempre. In verità, nel tempo, ci sono stati distacchi, alcune volte anche lunghi ma mai definitivi. In nessun caso, in tanti lustri di vita trascorsi insieme, avevo pensato a un simile tragico evento. Lei, mamma e regina della mia vita, aveva sempre dato un’immagine di sé piena di vigore, di salute, di energia, quasi di immortalità. Mai e poi mai mi era venuta in mente l’idea di una separazione definitiva e fatale tra noi. Ecco perché ero frastornato, incredulo, stordito dalla notizia, mentre la colonna di auto in fila davanti ai miei occhi mi costringeva a cercare itinerari alternativi di ritorno a casa più veloci. A quell’ora insolita non avevo mai visto un traffico così paralizzato come quella mattina ed era la prima volta che tornavo a casa così presto. E ora, mi chiedevo, cosa succederà? In questi casi si rimane storditi e confusi, anche perché non è possibile fare ricorso all’esperienza perché la mamma è unica e non può morire più di una volta. E adesso come farò senza di lei? Insistentemente, la domanda mi martellava nel cervello mentre la lunga fila di auto procedeva con velocità inaccettabili alla ragione. L’avevo lasciata a casa sua, la sera prima, senza che alcun motivo potesse suscitare il benché minimo indizio del tragico sviluppo. L’immagine che segna il prima e il dopo è il suo viso preoccupato dalla sua cagionevole salute la sera prima. Ricordo che aveva gli occhi stanchi e arrossati. L’infarto aveva lasciato il suo cuore poco incline a ripetere i normali ritmi cardiaci come prima. Lei mi guardava con gli occhi smarriti, intristiti dalle “infinite” medicine che doveva prendere a ogni ora della giornata. Quella mattina, tra un rallentamento e l’altro della mia auto sotto la pioggia, guardavo le macchine che mi precedevano e mi veniva in mente l’idea che quelle auto non erano più uguali alla mia. Il loro carico, adesso era diverso da quello trasportato dalla mia auto perché io non avevo più la mamma e loro si. Mamma, nonostante i suoi sforzi a minimizzare tutto, stava male. L’infarto, improvviso e ostile, l’aveva colta una calda mattina di primavera inoltrata mentre passeggiava in un’area di verde vicino casa sua. Subdolo e criminale aveva prodotto lacerazioni e scompensi che l’avevano fiaccata nel morale ancor più che nel fisico. Non era più la stessa e nonostante fingesse di sentirsi meglio le preoccupazioni delle anomalie del suo cuore l’avevano cambiata.
Quando arrivai a destinazione, dopo lunghe e penose attese in fila nel traffico bloccato, incredulo di tutto, mi dissi che era necessario pensare alle cose da fare in quel momento e lasciare al dopo le riflessioni personali su me stesso e su come la mia vita sarebbe cambiata da quel momento. A casa tutto era in ordine mentre cominciavano ad arrivare le sue amiche. Mi sforzai di essere normale e di dare un’immagine di sicurezza ai presenti. Poche frasi di circostanza, ripetute più per dovere di cronaca che per cognizione di causa. Dopo alcune ore chiusi la porta di casa e rimasi solo con lei. Era lì, davanti a me e sembrava che dormisse. Ma il suo non era sonno e non dormiva. Semplicemente non c’era più. Era andata via. Lontano. Per sempre. Ed io? Cosa succederà adesso? Come farò senza di lei? Domande che non prevedevano risposte. Interrogativi che avevano solo lo scopo di certificare che si era creato un prima e un dopo da quel momento. Ormai l’unico pensiero nella mia mente era la presenza di una linea di demarcazione del tempo, definitiva e irreversibile, nella mia esistenza relativa a quella infausta giornata. L’evento della tragicità della vita aveva creato una interruzione che portava a separare definitivamente un prima da un dopo. Era inevitabile. Ero intontito, incredulo, con lo sguardo spento. Un senso di angoscia e di sconforto mi prese allo stomaco e mi fece sentire fragile e vulnerabile, mentre i miei occhi andavano su una vecchia foto di famiglia che la ritraeva sorridente. Le lacrime cominciarono a scorrere copiosamente sulle mie guance mentre singhiozzavo tra una vampata di ansia e il desiderio che tutto fosse finito. E adesso che senso poteva avere tutto ciò che vedevo intorno? Quadri, mobili, orologi, lampadari, armadi pieni di abbigliamento e di corredo per la sua casa, che senso avrebbero avuto adesso? Che ne sarebbe stato delle cose che l’avevano vista felice di creare la sua casa così come l’aveva sempre sognata? La vita da quel giorno non sarebbe stata più la stessa.
Enzo

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